Vernissage:
Venerdì 24/02/2017 ore 18:00
Tekè Gallery
Via Santa Maria 13, Carrara (MS)
Durata della mostra: dal 24/02/2017 al 24/03/2017
Silvia Vendramel presenta una mostra che occupa i tre spazi della galleria con un percorso che include il concetto di memoria attraverso azioni dense di diversi strati di significato, suggestioni, sentimenti che rimangono come tracce caricate elettrostaticamente agli oggetti e ai materiali usati per la realizzazione delle opere presenti. Una ricerca che esplora il rapporto e le possibili interazioni tra materiali incongrui, disegno e scultura, presenza e transitorietà della materia.
Il rapporto tra fragilità ed equilibrio è rappresentato in pieno dalla serie Soffi, esposta nella sala centrale della galleria Teké: delle opere in vetro e ferro, dall’aspetto decorativo e ornamentale, che portano con sè la necessità di riempire un vuoto, di dare forma a un gesto che rimanda alla passione, alla memoria, in un intreccio tra la rigidità del metallo e le fragili superfici in vetro soffiato che si espandono strozzate. Un’eterna contrapposizione tra la leggerezza del pensiero e la durezza del gesto che incatena queste opere in forme al tempo stesso avvolgenti e soffocanti.
Nelle opere più recenti, presenti nella sala d’ingresso, troviamo nudi tondini di ferro, che ricordano schizzi fatti a mano col carboncino che si intrecciano a tessuti, stoffa e fili di cotone, lasciando ben evidenti i segni della lavorazione del metallo.
Imperfezioni, tagli, ripensamenti lasciati volutamente a vista, sono tracce che raccontano il processo di creazione dell’opera e le conferiscono un carattere unico. Le forme sensuali e avvolgenti delle opere connettono lo spettatore a una serie di suggestioni e emozioni che si legano in profondità con ricordi d’infanzia e situazioni di vita vissuta.
Un esempio è la scultura dal titolo “Di qualcosa il fondo, per qualcosa il coperchio”; un’opera dal carattere monumentale, realizzata in sabbia, ottenuta dal riempimento di una vasca da bagno, e adagiata su una cassa rivestita di tessuto. La scultura è un rimando al periodo dell’infanzia, ai castelli di sabbia e alle forme effimere e temporanee destinate a dissolversi nella sera di un caldo pomeriggio d’estate. Il posizionamento monumentale che la fa emergere al centro della stanza, come unica e solitaria opera, ci fa percepire la sua sacralità, amplificata dallo spazio semiinterrato della galleria. “Di qualcosa il fondo, per qualcosa il coperchio“ ricorda le forme di un sarcofago etrusco ricco all’interno, non di oggetti preziosi, ma di preziosi ricordi appartenenti a una fase della vita che non c’è più.
Non siamo molto abituati a soffermarci a pensare alla nostra vita come un momento di passaggio, al fatto che le azioni e i gesti quotidiani che compiamo, sono istanti che vengono registrati dagli oggetti e dalle persone con cui entriamo in contatto e dalle situazioni che viviamo.
Un giorno non faremo più parte di tutto questo flusso e tutto quello che rimarrà del nostro passaggio, saranno solo sensazioni o tracce su tutto ciò che abbiamo toccato, usato, consumato durante il nostro cammino.
Una memoria del vissuto, quella che percepisco nei lavori di Silvia Vendramel, che per tanti aspetti riporta alla mente il museo di scienze naturali del giovane Holden di J.D. Salinger, dove ogni animale, ogni modello, ogni manichino, rimane congelato all’infinito nel suo gesto e siamo solo noi che ogni volta che torniamo a trovare queste sculture percepiamo il peso e il carico dei nuovi ricordi accumulati nella nostra vita dall’ultima volta che le abbiamo viste.
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